MINDFULNESS: JON KABAT ZINN – INCONTRO LIVE STREAMING 16 APRILE 2020

JON KABAT ZINN: COLTIVARE LA MINDFULNESS DURANTE I MOMENTI CRITICI

 

Vorrei chiedervi innanzitutto come vi sentite, come state praticando la mindfulness, se state riuscendo ad iniziare la giornata svegliandovi e provando a praticare per qualche minuto prima di alzarvi dal letto, navigando sulle onde del  respiro e sentendo le sensazioni del corpo prima di cominciare le attività della giornata, per capire come decidete di porvi in relazione con ciò che c’è da fare giorno per giorno.

È come accordare uno strumento prima di cominciare a suonarlo, come accade nelle orchestre, anche i più grandi musicisti hanno necessità di accordare i propri strumenti prima di iniziare a suonare insieme. E questo è uno strumento prezioso per risvegliarsi ogni mattina, accordare il proprio strumento e mettersi in relazione con ciò che accadrà, con il conosciuto o anche con l’ignoto e l’inaspettato. Tanto più accorderete quello strumento, tanto più sarete in grado di affrontare quella giornata con consapevolezza, non solo meditando formalmente. Per questo incoraggio tutti voi a farlo, in qualunque momento della giornata, sia ad esempio che vi stiate lavando le mani più e più volte, o che stiate indossando le mascherine, si tratta di momenti meravigliosi per esercitare la consapevolezza. Sia che stiate seguendo qualche lezione online, o che stiate andando lavorare, qualsiasi cosa può diventare parte della pratica meditativa, così che la meditazione non abbia alcuna soluzione di discontinuità. In questo modo potrete essere più aperti e spaziosi, e direte a voi stessi, riferendovi alle paure e agli stati mentali: “questo non sono io, non è ciò che sono”. Così da poter tornare alla consapevolezza, per tornare al corpo, per ricordarci a me stesso chi siamo e per ri-sintonizzare lo strumento.

John Bash (tecnico Wisdom 2.0): Jon volevo avvisarti che oggi abbiamo qualche problema di banda e che la trasmissione a non è ottimale, per cui io suggerirei di fare una sessione più silenziosa, con meno discorsi.

Jon Kabat-Zinn: Bene John Bash ha suggerito che io stia più in silenzio… John concordo pienamente con te 🙂 A tal proposito vorrei raccontarvi una storia. Buddha era solito tenere dei discorsi per migliaia di persone tutte le sere. Si recava sulla sommità della montagna e tutti i giorni migliaia di persone giungevano per ascoltarlo. Di certo quelle persone non avevano la possibilità di sedersi su sedie confortevoli, o su cuscini per la meditazione, bensì dovevano sedersi a terra, oppure sulle rocce. Dunque queste decine di migliaia di persone una sera erano giunte lì per ascoltare il Buddha parlare, tuttavia il Buddha una volta arrivato si siede e senza muoversi resta lì per un’ora, per due, per tre. E tutti i presenti cominciano a chiedersi come mai il Buddha non parlasse e non si muovesse per tutto quel tempo. Dopo circa tre ore il Buddha, senza proferire parola, raggiunge una roccia e raccoglie un fiore e completamente in silenzio solleva quel fiore davanti a tutto il suo pubblico. Si dice che i volti di tutte i presenti si fecero perplessi, e solamente uno sorrise. Era il volto di Mahakasyapa (uno dei dieci principali discepoli di Buddha, ndr). Questa è l’origine della tradizione zen, una trasmissione diretta del Dharma, al di fuori dei sutra, una trasmissione diretta da una mente ad un’altra mente. Per cui io credo che John Bash abbia assolutamente ragione, che il modo migliore sia quello di rimanere in silenzio. Credo di dover lasciar perdere quello che avevo pianificato di dire o di fare – perché io oggi avevo pianificato di fare il body scan, che però mi richiederebbe di parlare molto – e invece penso che non lo farò, perché credo che voi già sappiate ciò che dovevo dire. Penso che non ci sia nulla di nuovo da dire e che per la vostra pratica, invece di ascoltare una persona che vi dice come dovreste meditare o come dovrebbe essere la vostra esperienza, o come dovreste restare sul vostro respiro, voi semplicemente viviate quella esperienza, qualunque essa sia, momento dopo momento. Rimaniamo quindi insieme per un periodo di tempo, in quello che possiamo chiamare il nobile silenzio.

E dopo il suono di queste campane provate a notare come il corpo e la mente rispondono ad esso, come lo sentite nel vostro cuore, lasciando però che non vi sia alcuna soluzione di discontinuità tra prima e dopo il suono di queste campane, perché esse segnano la fine di quella che può essere considerata la pratica formale, ma non è la fine della Mindfulness, perché al contrario essa continua durante tutte le nostre vite, momento dopo momento, dopo momento, senza mai fermarsi.

 

Gurcin – Turchia: Sono così eccitata di avere questa opportunità! In realtà non ho niente di particolare da dire, vorrei solo condividere la mia esperienza. Mi sono unita a queste sessioni di meditazione dall’inizio di aprile ogni giorno, e davvero mi hanno cambiato la vita, soprattutto quando Jon ha detto che la vera meditazione è come viviamo la vita tutti giorni. Questo mi ha colpito davvero molto. Grazie per queste fantastiche parole e per tutto ciò che stai facendo.

 Jon Kabat-Zinn: Beh è molto bello sapere che sei lì fuori, e non c’è bisogno davvero di aggiungere nulla. E’  molto bello sentire la tua presenza e connettersi con te.

Gurcin: Attualmente sto frequentando il corso per diventare insegnante di MBSR. Stavo frequentando il secondo modulo, ma purtroppo abbiamo dovuto sospendere le lezioni a causa della pandemia, e spero di avere la possibilità di venire a conoscerti di persona. Sarebbe davvero un sogno per me.

 

Francois – Scozia: Ciao Jon, la mia domanda riguarda il dolore e la perdita di qualcuno che ami. Io ho perso mio padre l’anno scorso, all’inizio di dicembre, a causa della demenza vascolare, e so Jon, perché tu l’hai detto pubblicamente e l’hai anche scritto nel tuo libro, che hai perso tuo padre a causa dell’Alzheimer, che è una malattia simile a quella di mio padre… In questo momento mi sto facendo molte domande su come poter conservare intatti i sentimenti per le persone che abbiamo perso. Purtroppo non riesco bene ad articolare questa domanda, però volevo chiederti come poter fare a rimanere nel momento presente con consapevolezza e a mantenere dentro di me quell’amore. Perché a volte è facile essere sopraffatti dalla tristezza mentre sentiamo di voler mantenere a tutti i costi il legame con la persona che abbiamo perso, senza farsi sopraffare da queste emozioni e mantenendo dunque la consapevolezza.

Jon Kabat-Zinn: E’ una domanda molto bella… Naturalmente si tratta di qualcosa di inevitabile, perché tutti noi ad un certo punto perderemo i nostri genitori, a meno che non siano loro a perdere prima noi, cosa che naturalmente nessun genitore vorrebbe mai. Questo è il normale dispiegarsi della condizione umana. Io capisco che tu ci pensi sempre e che sei sopraffatto della dalla tristezza. Posso dirti che ad esempio a me è successo proprio l’altro giorno di sentire che in qualche modo io fossi mio padre e che lui fosse me. In quel momento sembrava che lui fosse vivo in qualche modo dentro di me. E io non voglio essere triste perché lui è morto, perché anche io me ne andrò presto. E quindi la vera domanda è se noi possiamo riuscire ad amare la tristezza, se noi possiamo amare i ricordi, quelli belli e quelli brutti, e riuscire a danzare in qualche modo con il dolore, un po’ come fece Zorba il greco, in modo da celebrare quella persona così com’era. Sai che esiste un’eredità che ci viene in qualche modo trasmessa, e di certo loro non vorrebbero che noi ci aggirassimo per il mondo tristi e depressi, con i nostri pensieri che ci fanno impazzire. La pratica della consapevolezza ci insegna non solo a comprendere questo dolore, ma soprattutto a riconoscere le narrazioni e i pensieri che ci sono intorno a questo dolore. Si tratta di una porta attraverso cui possiamo accedere al mistero della perdita delle persone che amiamo, ed è qui che si trova il suo potenziale di guarigione. Dunque io non ti auguro buona fortuna, bensì buon divertimento, perché dovresti provare a divertirti molto, dovresti provare molta gioia cercando di vivere queste esperienze, annotando i pensieri che ci sono nella mente e nel tuo cuore.

Tutti noi abbiamo ereditato qualcosa dai nostri genitori, anche se con loro abbiamo dovuto affrontare delle sfide molto difficili, anche se potrebbero non aver mai capito chi siamo. In molti casi questo è infinitamente triste. E tuttavia loro ci hanno anche regalato qualcosa che è molto simile a quel momento di riconoscimento di cui ti ho parlato prima, quando ho raccontato della storia di Buddha, di quando innalza il fiore sulla sua testa e tutti quelli che erano andati ad ascoltarlo si chiedevano per quale motivo reggesse il fiore in quel modo, o perché avesse scelto quel fiore e non un altro, pensando, pensando e ripensando. Tutti tranne Mahakasyapa, che aveva compreso non con il pensiero, bensì con il cuore e con la consapevolezza. Egli era riuscito a capire, in quel momento di silenzio. È come il momento in cui dici “aha!”, in cui comprendi e sorridi, ed è un sorriso di riconoscimento, non il sorriso che significa “ah, ho capito cosa intendi” perché in quel caso si tratta solamente di una comprensione avvenuta attraverso il pensiero. Al contrario, devi comprendere non con il pensiero, bensì con la mente, con il cuore, con la consapevolezza. E allora tu certamente potrai avere con tuo padre la stessa relazione anche se lui non è più qui. Di dove sei?

Francois: Io vivo in Scozia, a Glasgow. Non sono a scozzese di origine, ma mi sono trasferito qui e adesso è diventata la mia casa.

Jon Kabat-Zinn: Glasgow è una città meravigliosa, ci sono stato 10 anni fa e lì ci sono alcune persone meravigliose che praticano la Mindfulness. Credo che ci sia una organizzazione di beneficenza che si chiama “Mindfulness Scotland”, ti consiglio di darci un’occhiata.

 

 

Mel – Canada (Montreal): È un onore meditare con te dal vivo, Jon, quindi grazie per questo privilegio. La mia domanda è se per favore puoi affrontare il tema della “compassion fatigue

Jon Kabat-Zinn: Immagino che questo sia il tuo problema. C’è un bellissimo libro di Bessel Van Del Kolk che affronta questo tema. Io direi che compassion fatigue sia un termine improprio, perché la compassione in realtà non comporta fatica. Non c’è nessuna fatica, perché la Mindfulness non può comportare un affaticamento, un burnout, perché è uno spazio aperto che può contenere ogni cosa. In realtà ciò accade quando ti senti così tanto coinvolto nella storia della persona che hai davanti che finisci per esaurire la tua energia, ma questo non è in realtà compassione. La compassione è una sorta di apertura totale del cuore, un impulso per essere al servizio degli altri, per essere utile in qualche modo, e in molti momenti l’unico modo in cui tu puoi essere utile è amare le persone e lasciarle essere così come sono, o lasciarle andare. È un po’ come la storia delle istruzioni che ci sono in aereo, in cui sappiamo che qualora dovesse accendersi la spia di emergenza e dovesse venir giù la maschera dell’ossigeno, dovremmo indossare noi per primi la maschera dell’ossigeno, e solo dopo metterla alle persone che si trovano accanto a noi. Ed è proprio così che succede: devo assicurarmi di avere abbastanza energia per poter effettivamente funzionare con una mente chiara e un cuore limpido, prima di poter effettivamente occuparmi degli altri. In caso contrario finirò con l’esaurirmi a causa della paura, la paura di non riuscire a farlo, di non riuscire a dare abbastanza aiuto. Quindi andiamo in burnout, perché vogliamo necessariamente sistemare le cose, ma c’è una grande differenza tra riparare le cose e guarirle. Non è la stessa cosa. Alcune cose non possono essere sistemate, non tutte le persone possono sempre essere curate, e questo riguarda proprio la nostra relazione con il momento presente, la nostra capacità di accettare la realtà delle cose che non possono essere cambiate. Ciò non significa voler minimizzare la sofferenza, significa semplicemente riuscire a non restare imbrigliati nel tentativo di forzare le cose ad essere come noi vorremmo che fossero, perché vogliamo necessariamente migliorarle. Perché nella maggior parte dei casi l’unica cosa che renderà migliore la situazione è il tuo essere così come sei.

Questa è una cosa che viene insegnata anche agli studenti di medicina, poiché molto spesso essi si sentono necessariamente in dovere di risolvere tutto, di dover sempre salvare le vite delle persone, ma naturalmente ciò non sempre è possibile. Dobbiamo conoscere e riconoscere i limiti, in caso contrario potremmo facilmente finire in burnout. Quindi l’unica cosa che puoi davvero fare è essere sincera con te stessa e rispettosa dei tuoi sentimenti, delle tue intuizioni, e agire di conseguenza. Essere consapevole che il mondo non trarrà beneficio da te se tu non sei in grado di aiutare te stessa, di preoccuparti di te stessa, di prenderti cura di te stessa. È il cuore della pratica della Mindfulness, ed è profondamente connessa all’equanimità. Quando noi coltiviamo l’equanimità e la chiarezza allora possiamo essere capaci di modulare la nostra energia con saggezza. E tutti dovremmo imparare a farlo, dovremmo andare tutti in questa direzione, perché in questo caso riusciremmo ad aiutarci a vicenda, assistendoci gli uni gli altri. Se noi ci soffermassimo a pensare a quanta sofferenza e all’enormità delle diseguaglianze che esistono sul Pianeta ci sembrerebbe impossibile reagire, e questo pensiero ci sovrasterebbe. Questa è esattamente la differenza che c’è tra la riparazione e la guarigione, e noi dobbiamo andare nella direzione della guarigione. Il che significa riconoscere le cose come sono e poi agire di conseguenza, grazie a quel riconoscimento. Io lo dico spesso dobbiamo “scendere a patti” con le circostanze, dobbiamo trovare la pace nei nostri cuori e arrivare alla comprensione più profonda delle cose così come sono, e solo allora, solo in quel momento possiamo chiederci: ora come posso aiutare? Sono stati scritti molti libri interessanti sull’argomento. Tra gli altri posso consigliarti “Altruism” di Matthieu Ricard, anche se naturalmente ce ne sono molti altri altrettanto eccellenti.

 

 

Dragos – Romania: Ciao Jon la mia domanda riguarda tre citazioni di quelli che io considero essere tre grandi uomini. Il primo è Krishnamurti che ha detto “Medita solo dopo aver messo a posto dentro di te”. Il secondo e Alan Watts che ha detto “Per arrivare alle tue sensazioni devi uscire dalla tua mente”. E infine Carl Gustav Jung che ha detto “Perdere la testa? Non avere paura di farlo”. Io ho avuto un ictus cinque anni fa e quell’esperienza mi ha sconvolto l’esistenza. Due mesi fa ho perso mio padre e ora vivo da solo, e in questo momento sto affrontando molte difficoltà a causa di questa mia solitudine. La domanda che mi faccio sempre è se ce la farò. Vorrei chiedere a te come metteresti insieme queste tre citazioni, come pensi che possano in qualche modo essere correlate.

Jon Kabat-Zinn: La tua domanda è meravigliosa ma è anche una domanda molto pericolosa, perché le persone utilizzano la lingua in maniera molto diversa e gli stessi significati che vengono attribuiti ad un vocabolo differiscono molto nelle varie lingue.  Ad esempio Krishnamurti, che è stato una delle più profonde incarnazioni di intuizione e consapevolezza mai esistite, utilizza la parola “mente” in maniera completamente differente da Jung. È molto importante che non ci lasciamo catturare da questi concetti: “perdere la mente”, “ritrovare la mente”, “trascendere la mente”. Non sono altro che parole. Ad esempio Krishnamurti quando parla di consapevolezza si riferisce al trascendere la natura ristretta del sé, mentre Carl Jung indica l’enormità della mente e quanto essa sia complessa e misteriosa. Al contrario invece Alan Watts era sicuramente innamorato della meditazione buddista, ma in un’accezione differente rispetto a Krishnamurti, perché  egli era dedito all’uso costante di sostanze psichedeliche,  si tratta dunque di tutta un’altra storia. Dunque quando parliamo di questi argomenti dobbiamo affrontarli con cautela, in quanto ciascuno li affronta in maniera molto differente.

Ciò che davvero importa è cosa sente Dragos, perché è Dragos che ha perso suo padre, e attualmente vive da solo e si sente isolato, ed è questo che conta: i suoi sentimenti, le emozioni, il senso di perdita e di vuoto che sono associati a quegli eventi, e la necessità di venire a patti con tutto questo, di come fare a trovare un modo significativo per curarsi, per guarire e per comprendere che va bene così, che le cose sono così come sono. Già in passato ho parlato della differenza tra la solitudine e l’essere soli. Si tratta di due stati molto diversi, perché noi possiamo essere soli senza sentire la solitudine, possiamo essere soli e sentirci completamente in pace con noi stessi. Per tornare ad un esempio buddista anche Ghandi quando era in prigione passava tutto il suo tempo a meditare, e decise di restare in totale silenzio per un giorno intero durante la settimana, anche quando qualcuno andava a trovarlo. Ghandi riusciva a sentire che quella prigionia era per lui una vacanza. Quello che sto cercando di dirti è che tutto ciò è realizzabile, se tu sei disposto a fare un certo tipo di lavoro, se sei disposto ad intraprendere una relazione d’amore con il fatto che le cose sono così come sono in questo momento e a relazionarti con la tristezza e il dolore associati alla perdita del tuo padre. Il modo in cui stiamo diffondendo la pratica della Mindfulness è questo invito a stendere un tappeto di benvenuto per tutto ciò che verrà, perché la consapevolezza è in grado di contenere tutto, per consentirci di navigare gli alti e bassi e di riconoscere le situazioni nella vita reale così come sono, costellate di amore e di preoccupazione. Non sto dicendo che sia facile, probabilmente è il lavoro più duro del mondo per noi esseri umani. Ma se stiamo realmente coltivando la consapevolezza è questo ciò che dobbiamo fare. Allo stesso tempo questo ci consente di riconoscere che esistono milioni di altre persone che soffrono, come e più di noi, ma ciò non significa che la nostra sofferenza non sia importante o non sia degna allo stesso modo di quella di chiunque altro. Dobbiamo semplicemente capire come liberarci vivendo nel momento presente in maniera non giudicante.

 

 

Kat – Canada (Toronto): Ciao Jon, sono molto emozionata di poterti parlare. Io ho seguito un programma di MBSR e da allora pratico quasi ogni giorno, o meglio, cerco di portare la consapevolezza nella mia giornata. In questo momento mi trovo in una posizione molto complicata: un anno fa mi è stata diagnosticata una malattia molto grave, potenzialmente pericolosa per la mia vita, e naturalmente quello è stato un momento molto traumatico. Anche prima che ci fosse il problema del Covid19 sono stata costretta a rimanere a casa isolata per sei mesi. Purtroppo ho subito diversi traumi nella mia vita, sia fisici che psicologici, ed è vero che il corpo in qualche modo ne conserva la memoria, per così dire… Non so se ho fatto qualcosa di sbagliato nella mia vita…

Jon Kabat-Zinn: Non hai fatto niente di sbagliato, qualunque cosa tu abbia fatto…

Kat: Di fatto mi sento come se non fossi riuscita ad arrivare nel punto che mi ero prefissata 10 anni fa, quando ho cominciato la pratica… Al contrario ho ceduto a questi traumi… Adesso ho 34 anni e mi chiedo se riuscirò a guarire da questi traumi prima di morire. So che nessuno può rispondere a questa domanda, e non so se la consapevolezza sia la strada giusta oppure se la psicoterapia può essere la strada..

Jon Kabat-Zinn: Ok Kat, fermiamoci un momento. Tu adesso sei stata attratta dai tuoi stessi pensieri, che ti stanno dicendo “forse sarebbe meglio questo, forse sarebbe più giusto quest’altro” eccetera. Ed è come se ti stessi perdendo. La guarigione consiste nell’immergerci in ciò che accade, senza esserne tuttavia catturata, compreso quello che ti è successo, qualunque cosa fosse. Che fossero traumi fisici o psicologici si tratta solo di una parte di te, va bene così. Tutti noi portiamo delle cicatrici, ma invece di concentrarci sulle nostre cicatrici, sulle ferite, sul dolore, sui traumi, possiamo al contrario concentrarci su quella parte di noi che non è mai stata ferita, quella parte che non è mai stata toccata. Ecco cosa sono le cicatrici: delle cesure tra le parti sane. Una parte della tua mente invece ti suggerirà: “Ecco, questa sono io. Il trauma mi definisce”. Ma ciò non può essere vero. Io mi chiedo se tu, ora che ti stai sintonizzando qui con noi, lo stai facendo solo per disperazione o se lo stai facendo anche per un’altra motivazione, che ti sta già curando, ti sta già guarendo, fa già parte di te, della tua interezza. Non bisogna rimanere coinvolti nelle proprie narrazioni, anche quando queste narrazioni sono traumi, abusi, incubi. Naturalmente è molto difficile non essere completamente risucchiati e identificati nei propri incubi, ma è proprio lì che entrano in gioco la consapevolezza e il respiro. È lì che puoi comprendere che c’è solo il respiro in quel momento. Non c’è trauma, c’è solo il passato, ma quello che c’è in questo momento non è il passato, è un’apertura, una sorta di apertura psicologica, spirituale, fisica. È come riconoscere che tu sei già tutta intera, anche con le tue cicatrici, con le ferite, con il dolore e con l’orrore. Non sei ancora morta, il corpo si sta ancora muovendo, il respiro sta ancora attraversando il tuo corpo, dentro e fuori di te. È un bellissimo posto in cui esercitare il muscolo della compassione e della consapevolezza, per lasciare che le cose siano così come sono, senza cadere nelle nostre narrazioni, nella storia di chi siamo, perché la nostra narrazione è molto più piccola di ciò che noi siamo veramente. E in tal modo siamo sulla buona strada per guarire e per scoprire chi siamo. Ha senso per te quello che sto dicendo?

Kat: Sì, Jon. Io sono stata decisamente “plasmata” dalla consapevolezza e dalla pratica della Mindfulness negli ultimi 10 anni. Ho sviluppato maggiore resilienza e più consapevolezza di me, e la pratica mi ha aiutato a concentrarmi sul momento presente. Attualmente mi sento molto più radicata in me stessa rispetto a quando ho iniziato la pratica…

Jon: Beh questa è una cosa enorme, è un modo per riconoscere la tua interezza, la tua completezza, la tua dignità di essere umano. Guarda quel sorriso che hai fatto in questo momento. Io posso vedere il sorriso sul tuo volto, anche se tu sei lì a Toronto, e tutti coloro che sono sintonizzati qui possono vederlo, possono riconoscere che qualcosa si è illuminato in te, e ha rivelato quella totalità, quella leggerezza che è sempre presente. Non è qualcosa che devi ricercare, si tratta di qualcosa di intrinseco e a chi sei tu. Se al contrario rimani bloccata nella narrazione del passato, quella parte non ti aiuta a crescere, non ti aiuta a prenderti cura di te come meglio puoi.

Kat: Mi ero scritta altre domande, e in particolare una domanda riguarda la relazione con la malattia. Naturalmente adesso tutto ciò assume un significato particolare, a causa del COVID19, perché molte persone si trovano ad affrontare la morte e per vari motivi anche io ho dovuto pensarci sul serio. Prima della pandemia per fortuna sono riuscita a stabilizzare la mia situazione. Avevo perso molto peso perché avevo contratto una pancreatite cronica acuta un anno fa, e circa sei mesi fa ho avuto un secondo attacco che, unito ad altre condizioni precarie di salute mi ha portato ad una situazione molto grave. Quello che volevo dire è che io ho creduto forse che il mio trauma emotivo si sia in qualche modo palesato nella parte fisica e abbia contribuito a creare delle condizioni ambientali tali da far sviluppare la malattia.

Jon: Sono contento che tu sia in via di guarigione, ti auguro solo il meglio e comprendo i tuoi dubbi. Certamente il dubbio è una parte importante della pratica della Mindfulness, ci saranno sempre momenti in cui esso verrà fuori. Come si dice nella tradizione zen “piccoli dubbi, piccola realizzazione. Grandi dubbi, grande realizzazione”. Si tratta solo di come ci relazioniamo ad esso.

 

Oggi siamo andati rimasti collegati un po’ più a lungo rispetto al tempo che normalmente abbiamo a disposizione, ma ciò dimostra che le nostre idee sul tempo non hanno nulla a che fare con ciò che è richiesto nel momento presente…