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Tempo Oggettivo e Tempo Soggettivo in Psicoterapia Cognitiva

Tempo Oggettivo e Tempo Oggettivo in Psicoterapia Cognitiva è il XLIII Seminario Interattivo per Esperti ideato e diretto da Francesco Aquilar.

Il tempo scandisce le vite di tutti noi e la nostra vita è a tempo limitato, anche se non sappiamo quanto durerà. In qual modo impieghiamo il tempo nei 100 anni che abbiamo a disposizione da umani? Quanto dobbiamo suddividere il tempo per svolgere adeguatamente i compiti che riteniamo significativi nella nostra esperienza sulla terra? Quanto il tempo oggettivo influenza le nostre scelte? Quando e come il tempo soggettivo ci segnala che è il momento di dare una svolta alla vita? Come strutturiamo il tempo di ogni seduta con i nostri pazienti? Quali paradossi si nascondono dietro il tempo? E com’è vissuto il tempo nelle diverse sindromi psicopatologiche? Di tutto questo, e di molto altro, parleremo nel nostro 43° Seminario, con il seguente programma:

1. PSICOLOGIA DEL TEMPO (Dott. Luciano Tomei);
2. INTERVENIRE A TEMPO SUI PROBLEMI DI TEMPO IN PSICOTERAPIA COGNITIVA (Dott. Francesco Aquilar);
3. IL TEMPO DELLA TERAPIA PSICOFARMACOLOGICA (Dott. Enrico Tresca);
4. IL TEMPO NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA (Dott.ssa Maria Pia Pugliese);
5. IL TEMPO NELLA PSICOTERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE (Dott. Annibale Vitiello);
6. IL QUI-ED-ORA NELLA MINDFULNESS (Dott.ssa Claudia Di Manna);
7. IL TEMPO NELLA STORIA DELL’ARTE. VISITA GUIDATA DEL COMPLESSO MONUMENTALE DI SANTA MARIA LA NOVA (Dott.ssa Diana Di Girolamo);
8. I PARADOSSI DEL TEMPO IN PSICOTERAPIA (Dott.ssa Michelina Caccavale);
9. IL TEMPO DELLE DONNE E DELLE MAMME (Dott.ssa Ilaria De Lia);
10. IL TEMPO DEL SONNO AGITATO E DISTURBATO (Dott.ssa Francesca Conte);
11. IL TEMPO URGENTE NELLE FOBIE E NEL PANICO (Dott.ssa Filomena Tagliamonte);
12. IL TEMPO DILATATO NEI DISTURBI OSSESSIVI (Dott.ssa Annunziata Cotena);
13. IL TEMPO IMMOBILE NELLA DEPRESSIONE (Dott.ssa Rosaria D’Angelo);
14. TEORIA E CLINICA DELLA TECNICA PSICOTERAPEUTICA (Dott. Francesco Aquilar).

Napoli – Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova
Via Santa Maria La Nova, 44 – Sabato 24 novembre 2018 – Ore 9.30-18.30

Il Seminario Interattivo AIPCOS è un’attività scientifica e culturale senza fini di lucro. La partecipazione, gratuita, è rigidamente a numero chiuso e limitata a 120 persone. Per l’iscrizione è
necessario prenotarsi in tempo utile scrivendo un’e-mail indicando nome, cognome, indirizzo, professione, affiliazione e città di residenza a francescoaquilar@tiscali.it , e aspettando conferma di
accettazione. Oppure telefonando allo Studio di Psicologia e Psicoterapia Cognitiva di Napoli, telefono 0815792777, solo di pomeriggio dal lunedì al giovedì. Non saranno ammessi in sala partecipanti non preventivamente iscritti.

 

 

PROGRAMMA DETTAGLIATO

09.00: Registrazione dei Partecipanti
09:30: Introduzione al Seminario del Presidente AIPCOS
10:00: Tavola Rotonda 1: Il tempo della comprensione e il tempo dell’azione in psicoterapia:
Psicologia del tempo (Dott. Luciano Tomei); Intervenire a tempo sui problemi di tempo in
psicoterapia cognitiva (Dott. Francesco Aquilar); Il tempo della terapia psicofarmacologica (Dott.
Enrico Tresca);
11 .30: Pausa caffè
12.00: Tavola Rotonda 2: Approfondimenti psicoterapeutici: Il tempo nella relazione
terapeutica (Dott.ssa Maria Pia Pugliese); Il tempo nella psicoterapia sistemico-relazionale (Dott.
Annibale Vitiello); Il qui-ed-ora nella mindfulness (Dott.ssa Claudia Di Manna);
13.30: Pausa pranzo
14.30: Il tempo nella storia dell’arte: visita guidata del Complesso Monumentale di Santa
Maria La Nova (Dott.ssa Diana Di Girolamo);
15.15: Tavola rotonda 3: Problemi specifici di tempo: I paradossi del tempo in psicoterapia
(Dott.ssa Michelina Caccavale); Il tempo delle donne e delle mamme in psicoterapia (Dott.ssa Ilaria
De Lia); Il tempo del sonno agitato e disturbato (Dott.ssa Francesca Conte);
16.30: Pausa caffè
16.45: Tavola rotonda 4: Casi clinici: Il tempo urgente nelle fobie e nel panico (Dott.ssa Filomena
Tagliamonte); Il tempo dilatato nei disturbi ossessivi e compulsivi (Dott.ssa Annunziata Cotena); Il
tempo immobile nella depressione (Dott.ssa Rosaria D’Angelo);
18.00: Conclusioni: Teoria e clinica della tecnica psicoterapeutica (Dott. Francesco Aquilar).
18.30: Termine dei lavori.

RELATORI

Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente AIPCOS, didatta SITCC, docente di psicoterapia cognitiva individuale e di coppia presso la Scuola di
Specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale e intervento psicosociale CRP di Roma. Dott.ssa Michelina Caccavale, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, Casoria, Napoli.
Dott.ssa Francesca Conte, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, dottore di ricerca in Scienze della Mente, Università della Campania Luigi Vanvitelli, Caserta.
Dott.ssa Annunziata Cotena, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, Napoli.
Dott.ssa Rosaria D’Angelo, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, Napoli.
Dott.ssa Ilaria De Lia, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, Napoli.
Dott.ssa Diana Di Girolamo, storica dell’arte, conservatrice dei beni culturali, responsabile culturale del Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova, Napoli.
Dott.ssa Claudia Di Manna, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, supervisore AIPCOS, socio SITCC, istruttore Mindfulness, Napoli.
Dott.ssa Maria Pia Pugliese, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, supervisore AIPCOS, socio SITCC, docente di psicoterapia cognitiva presso la Scuola di Specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale e intervento psicosociale CRP di Roma.
Dott.ssa Filomena Tagliamonte, psicologa, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale, Nocera Inferiore, Salerno.
Dott. Luciano Tomei, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, supervisore AIPCOS, coordinatore del servizio di Psicodiagnostica e Psicoterapia, CAA, Trentola Ducenta, Caserta.
Dott. Enrico Tresca, medico-chirurgo, specialista in psichiatria, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, dirigente medico Ospedale Civile di Caserta.
Dott. Annibale Vitiello, psicologo, psicoterapeuta sistemico-relazionale familiare, dirigente psicologo ASL, Napoli.

 

In Mindfulness Napoli: i benefici della meditazione.

mindfulness gherardo amdaeiLa meditazione ci invita a porre attenzione a piccoli dettagli (parti di noi stessi più celate) tra tanti stimoli cui siamo sempre sollecitati. Queste pagine di Gherardo Amadei ci hanno guidato lo scorso lunedì nell’osservare che questo non è certamente sufficiente.
Talvolta, infatti, potremmo essere così affascinati da ciò che emerge dalla pratica, da non renderci conto che il nostro impegno di consapevolezza non è terminato…se consentiamo, infatti, a noi stessi di andare più in profondità potremmo riconoscere di essere stati vittima di un autoinganno, ossia di scoprire che ciò che abbiamo “visto” è solo frutto di un’illusione.
L’invito, forse, è di essere nel presente liberandoci da costruzioni fantasiose volte ad abbellire o “peggiorare” la nostra esperienza. Spesso ciò che vediamo è solo frutto di ricostruzioni, interpretazioni e analisi poco obbiettive e profondamente legate a rigidi personali schemi mentali.

Questa sera, ci vedremo come sempre alle 20 al Pettirosso per la pratica nei gruppi aperti…speriamo di vedervi numerosi come sempre nonostante la partita!!!!

 

 

 

 

 

Gherardo Amadei

Medico, Psichiatra, Psicoanalista IARPP, Professore Associato presso il Dipartimento di Psicologia della Università degli Studi di Milano-Bicocca. E’ Insegnante certificato del programma MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction): ha conseguito la certificazione da parte del CFM Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society, University of Massachusetts. È cofondatore dell’associazione Tempomindfulness

napoli meditazione mindfulness

meditazione napoli

In Mindfulness Napoli: “I due grandi lupi dentro di noi”

“I Due Grandi Lupi dentro di noi!!!!” è stata una delle letture di lunedì scorso nei gruppi aperti di “In mindfulness Napoli”…ma quanti altri lupi sono in noi????
La pratica ci consente di offrire il giusto rifugio e cura ad ogni parte di noi, e talvolta il gruppo rappresenta un importante sostegno e stimolo nelle nostre ricerche!

Una vecchia leggenda racconta che, un giorno, il capo di un grande villaggio decise che era arrivato il momento di insegnare al nipote cosa fosse la vita.

Nipote mio, si combatte una lotta incessante nella mente e nel cuore di ogni essere umano. Se non ne conosci l’esistenza, ti spaventerai e non saprai mai quale direzione prendere; magari, qualche volta nella vita, vincerai, ma poi, senza capirne il perché, all’improvviso ti ritroverai perso, confuso e in preda alla paura, e rischierai di perdere tutto quello che hai faticato tanto a conquistare.
Crederai di fare le scelte giuste per poi scoprire che erano sbagliate.
Se non comprendi le forze del bene e del male, vivrai sempre in grande tumulto.

È come se ci fossero due grandi lupi che vivono dentro di noi: uno bianco e l’altro nero.

Il lupo bianco è buono, gentile e innocuo; vive in armonia con tutto ciò che lo circonda e non arreca offesa quando non lo si offende. Il lupo buono combatte solo quando è necessario e quando deve proteggere se stesso e la sua famiglia, e anche in questo caso lo fa nel modo giusto; sta molto attento a tutti gli altri lupi del suo branco e non devia mai dalla proprilupi dentro di noi mindfulness napolia natura.

Ma c’è anche un lupo nero che vive in noi, ed è molto diverso: è rumoroso, arrabbiato, scontento e geloso. Le più piccole cose gli provocano accessi di rabbia; litiga con chiunque, continuamente, senza ragione. Non riesce a pensare con chiarezza poiché avidità, rabbia e odio sono troppo grandi in lui.
Quel lupo cerca guai ovunque vada, perciò li trova facilmente; non si fida di nessuno, quindi non ha veri amici.

A volte è difficile convivere con questi due lupi, perché entrambi lottano strenuamente per dominare la nostra anima.”

“Quale dei due lupi vince, nonno?” chiede il nipote.

Tutti e due.
Vedi, se scelgo di nutrire solo il lupo bianco, quello nero mi aspetta al varco per approfittare di qualche momento di squilibrio, e attaccherà il lupo bianco, provocando così molti problemi; sarà sempre arrabbiato e in lotta per ottenere l’attenzione che pretende.
Ma se gli presto un po’ di attenzione perché capisco la sua natura, se ne riconosco la potente forza e gli faccio sapere che lo rispetto per il suo carattere, lui sarà felice e anche il lupo bianco sarà felice, ed entrambi vinceranno. E tutti noi vinceremo.

Confuso, il ragazzo chiede: “Non capisco, nonno, come possono vincere entrambi?”

Il capo continua:

Vedi, il lupo nero ha molte importanti qualità di cui posso aver bisogno in certe circostanze: è temerario, determinato e non cede mai; è intelligente, astuto e ha sensi molto acuti e affinati, che soltanto chi guarda con gli occhi delle tenebre può valorizzare. Nel caso di un attacco, può essere il nostro miglior alleato.

Poi il capo tira fuori due pezzi di carne e li getta a terra, uno a sinistra e uno a destra. Li indica e dice:

Qui alla mia sinistra c’è il cibo per il lupo bianco, e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se scelgo di nutrirli entrambi, non lotteranno mai per attirare la mia attenzione e potrò usare ognuno nel modo che mi è necessario. E, dal momento che non ci sarà guerra tra i due, potrò ascoltare la voce della mia coscienza più profonda e scegliere quale dei due potrà aiutarmi meglio in ogni circostanza.Mindfulness napoli - storia zen lupo bianco e nero

Se capisci che ci sono due grandi forze dentro di te e le consideri con uguale rispetto, saranno entrambi vincenti e convivranno in pace; e la pace, nipote mio, è il fine ultimo della vita. Un uomo che ottiene la pace interiore ha tutto; un uomo che è lacerato dalla guerra che si combatte dentro di lui, è niente.

http://tempodiagire.altervista.org/nutri-i-due-grandi-lupi…/

Formazione Mindfulness in Italia

Centro Formazione Mindfulness è il nuovo progetto formativo ed educativo del Centro per la Mindfulness in Italia di Motus Mundi.

formazione mindfulness in ItaliaCentro Formazione Mindfulness intende promuovere lo sviluppo della pratica della Mindfulness e della sua integrazione nella cura della persona, in medicina, in psicologia, nell’educazione, nel mondo aziendale e più in generale nella società.

Poiché questo avvenga nel modo più adeguato, Centro Formazione Mindfulness si propone di organizzare sia training di formazione per lo sviluppo della Sensibilità Mindfulness sia training più specifici per l’apprendimento e l’applicazione del programma MBSR e di altri MBIs (Mindfulness-Based Interventions).

Oltre a tali percorsi di training formalizzati, Centro Formazione Mindfulness in Italia si impegna a organizzare eventi di approfondimento tematico in merito ai differenti contesti ove la Mindfulness può trovare applicazione.

Attualmente la crescente diffusione della Mindfulness e i riscontri della sua efficacia hanno condotto molte persone ad avvicinarla anche come specializzazione professionale. Questo in sé non è certo negativo, ma lo diventa se la Mindfulness viene riduttivamente ritenuta, come talora sta avvenendo, una “tecnica” da apprendere – da insegnare – da applicare, mentre essa è da considerarsi una forma di sensibilità innata dell’essere umano, presente fin dalla nascita in ciascuno di noi e dunque come una risorsa interiore da far crescere attraverso una pratica intima e costante.

formazione mindfulness in Italia

Intenzione

Centro Formazione Mindfulness è nato proprio con l’intenzione di promuovere tale sensibilità come terreno da coltivare prima di qualsiasi altro percorso formativo mirato ad una sua specifica “applicazione”.

Di fatto oggi assistiamo sempre più spesso al sorgere di training che intendono formare alla conduzione di programmi mindfulness-based in pochi mesi e talvolta in poche settimane: tali offerte, presenti anche in ambiti accademici, rischiano di ridurre sempre più la mindfulness a un mero strumento (clinico, formativo, educativo, ecc.) e tendono ad alimentare una cultura del “fare mindfulness” che, oltre ad essere profondamente distante dall’essenza originale della pratica, ne mina quell’efficacia trasformativa che può emergere solo da una seria e costante pratica personale e da una modalità di essere che coinvolga tutta la propria vita.

Formazione insegnanti MBSR

Oltre ai training avanzati, il Centro Formazione Mindfulness in Italia promuoverà la formazione specifica per insegnanti MBSR mediante l’organizzazione del programma dell’Oasis Institute, l’istituto di formazione del Center for Mindfulness.

Tale programma formativo viene proposto grazie al rapporto collaborativo del Centro per la Mindfulness Motus Mundi con il Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society – Medical School dell’Università del Massachusetts, iniziato già da alcuni anni.
L’attuale programma formativo per insegnanti MBSR iniziato nel 2013 si concluderà ad agosto 2015 proponendo il terzo modulo, il TDI – Teacher Development Intensive, rivolto a tutti coloro che hanno completato i prerequisiti.

Attualmente sono in definizione le date del prossimo ciclo formativo per insegnanti MBSR che avrà inizio nel 2016.

 
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Training di Base Sensibilità Mindfulness

Il Training di Base Sensibilità Mindfulness rappresenta il cuore del progetto del Centro Formazione Mindfulness.

Il Training di Base Sensibilità Mindfulness intende proporre un percorso per sviluppare la “Base” fondamentale della Sensibilità Mindfulness ovvero “la consapevolezza non giudicante del momento presente, coltivata intenzionalmente attraverso il prestare attenzione”, secondo la nota definizione coniata da Jon Kabat-Zinn.
Training Avanzati

Successivamente al percorso formativo di base, il Centro Formazione Mindfulness intende proporre ulteriori training per specifici ambiti applicativi.

Gruppi di pratica In Mindfulness Napoli: attaccamento e avversione

attaccamento avversione meditazione mindfulness napoliLo scorso lunedì, nel condividere i temi di attaccamento e avversione nei gruppi aperti di In Mindfulness Napoli,  abbiamo fatto esperienza di meditazioni investigative (anche se lo sono sempre) …ossia la possibilità di porci durante una sessione di pratica (quando la nostra mente-cuore è più calma e stabile) delle domande per osservare in maniera più ampia le nostre vite.
Lunedi scorso ci siamo chiesti: “c’è qualcosa in questo periodo a cui sono fortemente aggrappato, che non vorrei cambiasse e che con tutte le mie energie cerco di bloccarne ogni cambiamento?….
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attaccamento e avversione mindfulness napoliCosa mi servirebbe per lasciare andare questa persona, o questo oggetto o questa situazione ecc…?”

 

 


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“C’è qualcosa in questo periodo della mia vita che non voglio vedere? Sto girando alla larga da qualcosa? C’è qualcosa che evito in ogni modo di affrontare??”
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“Di cosa avrei bisogno per sentirmi più al sicuro ed affrontare questa situazione o fare questa cosa o incotrare questa persona ecc..??”

Attaccemento e avversione sono fonte di enormi disagi per tutti noi, ed avere più chiarezza (o meglio ridurre almeno l’ignoranza) possono aiutarci enormemente. Impossibile, purtroppo, che non siano presenti nelle nostre vite …quindi tali domande, quando calmi, possono entrare a far parte della nostra pratica mensile!!!

 

attaccamento e avversione meditazione napoli

Cosa è lo Yoga?

Lo yoga non consiste in una coperta rappezzata
nè in un bastone, nè in ceneri cosparse sul corpo!
Lo yoga non consiste in anelli portati alle orecchie,
nè in un capo rasato, nè nel suonare conchiglie.
Rimani puro fra le impurità del mondo:
così troverai la via dello yoga.

Lo yoga non è una questione di parole:
colui che, abbracciandoli in un solo sguardo,
considera uguali tutti i mortali,
quello può essere chiamato una yogin!

Lo yoga non consiste nel visitare monumenti funerari
nè luoghi di cremazione;
lo yoga non consiste nello star seduti in estasi.

Lo yoga non consiste nel vagare nella propria terra
o in terre straniere,
nè nel bagnarsi nei sacri tirtha.
Rimani puro fra le impurità del mondo:
così troverai la via dello yoga.

Se si incontra il Vero Guru il dubbio è disperso
e cessa il vagare della mente.
Piove ambrosia, si ode la musica divina del sahaj
e l’uomo è felice nella sua stessa casa.
Rimani puro fra le impurità del mondo:
così troverai la via dello yoga.

O Nanak, sii come morto nel mezzo della vita:
tale è lo yoga che devi praticare.
Quando la conchiglia suona senza bisogno di soffiarvi,
tu stai per conquistare la condizione che non conosce paura
Rimani puro fra le impurità del mondo:
così troverai la via dello yoga.

Guru Nanak

 

napoli yogaLe persone riflettono troppo su ciò che devono fare e troppo poco su ciò che devono essere.
(Maître Eckhart)

Lo Yoga è la tecnica tramite la quale, per mezzo dell’introspezione, l’uomo impara conoscere se stesso, a tacitare le divagazioni del proprio pensiero, a oltrepassare i limiti dei sensi, a risalire alle fonti profonde della vita e a prendere contatto con le forze invisibili che si nascondono in lui, come in ogni aspetto del creato, e che costituiscono la natura profonda dell’essere vivente.
(Alain Daniélou)

Nello Yoga impari a tendere il tuo arco: per alcuni è troppo lento ( si è troppo indulgenti con s stessi ), per altri è troppo teso ( si è troppo disciplinati e tesi ) . La crescita e l’equilibrio sta nella via di mezzo.
(Marina Demaria)

Yoga è vigore nel rilassamento. Libertà nella routine. Sicurezza attraverso il controllo di sé. Energia in presenza e in assenza.
(Ymber Delecto)

Gli attrezzi più importanti di cui hai bisogno per fare yoga sono il tuo corpo e la tua mente.
(Rodney Yee)

Lo yoga non prende tempo, ti restituisce il tempo.
(Ganga Bianco)

Vivere spiritualmente è vivere nel presente. Lo yoga ci porta nel momento presente, facendoci diventare coscienti del nostro allineneamente corporale, dei nostri movimenti e della nostra respirazione.
(Vivekânanda)

Lo yoga ti porta nel momento presente, l’unico posto dove esiste la vita.
(Anonimo)

Lo Yoga è un’ottima opportunità per essere curiosi riguardo a chi si è.
(Jason Crandell)

Il corpo non è rigido, la mente è rigida!
(Sri K. Pattabhi Jois)

Oggi non stiro più il mio corpo come quando avevo trenta o cinquant’anni, ma allungo la mia intelligenza all’interno di esso per espanderlo, ora la mia intelligenza stira il mio corpo.
(B.K.S. Iyengar)

Non puoi fare yoga. Yoga è il tuo stato naturale. Quello che puoi fare sono esercizi di yoga, che potrebbero rivelarti in che modo stai facendo resistenza al tuo stato naturale.
(Sharon Gannon)

Lo yoga è la fonte della giovinezza. Più la tua schiena è flessibile, più sei giovane.
(Bob Harper)

La parola yoga deriva dal sanscrito, la lingua dell’antica India. Significa unione, integrazione, o totalità. Si tratta di un approccio alla salute che promuove la collaborazione armonica di tre componenti dell’essere umano: corpo, mente e spirito.napoli meditazione yoga
(Stella Weller)

Gli otto mezzi dello yoga sono: yama (autocontrollo), niyama (osservanze), asana (posizione), pranayama (controllo del respiro), pratyahara (astrazione), dharana (concentrazione), dhyana (meditazione), samadhi (contemplazione).
(Patañjali)

Il ritmo del corpo, la melodia della mente e l’armonia dell’anima creano la sinfonia della vita.
(B.K.S. Iyengar)

Idratiamo il corpo ed i nervi con l’espansione e l’estensione delle posizioni Yoga. Così lo stress che satura il cervello si diffonde e scorre in tutto il corpo liberando il cervello dalla fatica ed il corpo espelle questa intossicazione con il movimento.
(B.K.S. Iyengar)

La pratica dello yoga è una trasformazione graduale, da uno sforzo pieno di sforzo allo sforzo senza sforzo, che minimizza lo sforzo fisico ed esalta le qualità dell’ intelligenza nell’osservazione e nell’attenzione, affinchè il sadhaka (il praticante) possa utilizzarle per penetrare il proprio obiettivo: l’aquisizione della conoscenza e dell’esperienza spirituale.
(B.K.S. Iyengar)

Il seme dello yoga si manifesta diversamente. In ciascuna persona.
(Shri T. Krishnamacharya)

Lo Yoga è il più grande dono dell’India al mondo.
(Shri T. Krishnamacharya)

Vorrei che le persone si rendessero conto che lo yoga non è toccare le dita dei piedi.
(Gary Kraftsow)

Chiunque può respirare. Dunque chiunque può praticare yoga.
(T.K.V. Desikachar)

Se ci sforziamo il respiro diventerà costretto o forzato. Se non siamo focalizzati il respiro sarà sommerso dal suono dei nostri pensieri. Mantenete la consapevolezza sul respiro e ogni istante sarà una meditazione.
(David Swenson)

Quando il respiro è affannoso anche la mente è instabile. Ma quando il respiro si calma anche la mente lo fa, e lo yogi raggiunge lunga vita. Pertanto, si deve imparare a controllare il respiro.
(Hatha Yoga Pradipika)

Quando inspiri, tu stai prendendo la forza da Dio. Quando espiri, ciò rappresenta il servizio che stai dando al mondo.
(BKS Iyengar)

Senza una corretta respirazione, le posture yoga non sono altro che ginnastica.
(Rachel Schaeffer)

Forme divine abitano il nostro corpo,
si risvegliano con il soffio del respiro,
si illuminano con gli occhi della mente.
(Gabriella Cella Al-Chimali)

Inspira, e Dio ti si avvicina. Tieni il respiro, e Dio rimane con te. Espira, e ti avvicini a Dio. Tieni l’espirazione, e ti arrendi a Dio.
(Tirumalai Krishnamacharya)

Lo Yoga si volge verso l’interno del corpo. Il suo scopo non è tanto quello di costruire una muscolatura imponente, quanto agire in profondità sugli organi, nel sistema nervoso, nella respirazione. Il suo obiettivo: perfezionare tutto l’individuo.
(A.Van Lysebeth)

Lo scopo dello yoga è quello di eliminare il controllo che la natura materiale esercita sullo spirito umano, di riscoprire attraverso la pratica introspettiva quello che il poeta TS Eliot chiamava “il punto fermo attorno a cui gira il mondo”.
(Barbara Stoler Miller)

Lo yoga ci insegna a modificare ciò che non può essere accettato e ad accettare ciò che non può essere modificato.
(B. K. S. Iyengar)

Nello Yoga c’è una cosa che dovete ricordare: la parte più debole è la sorgente dell’azione.
(B. K. S. Iyengar)

Questo è esattamente lo yoga. I luoghi dove si hanno la maggior parte delle resistenze sono in realtà i luoghi che stanno per diventare le aree di maggior liberazione.
(Rodney Yee)

Beati i flessibili, perché non perderanno mai la loro forma
(Anonimo)

La pratica dello yoga aiuta il corpo pigro a diventare attivo e vibrante. Trasforma la mente, rendendola armoniosa. Lo yoga aiuta a mantenere il corpo e la mente in armonia con l’essenza, l’anima, così che i tre siano fusi in uno.
(B. K. S. Iyengar)

La meditazione deve cominciare con il corpo. Esso è il veicolo del Sé, che, se non è controllato nei suoi desideri, ostacola la vera meditazione.
(B. K. S. Iyengar)

Il nostro corpo è una barca che ci porterà fino all’altra riva dell’oceano della vita. Bisogna prendersene cura.
(Vivékananda)

L’armonizzazione di forze opposte è un aspetto chiave dello yoga – l’energia calda è unita all’energia fredda, il forte al morbido, e il maschile al femminile.
(Tara Fraser)

Ogni asana (posizione) è una perla, ma un pugno di perle non è ancora una collana! Il filo che attraversa, riunisce e ordina le asana è il soffio controllato dell’anima e della coscienza.
(André Van Lysebeth)

Le asana armonizzano il corpo per la meditazione, proprio come una chitarra viene accordata prima di suonare.
(Anonimo)

Il mio corpo è il mio tempio, le asana sono le mie preghiere.
((B.S.K. Iyengar)

La posizione della montagna ci insegna, letteralmente, come stare sui nostri due piedi …. ci insegna a radicarci nella terra …. I nostri corpi diventano un collegamento tra cielo e terra.
(Carol Krucoff)

La posizione della sedia è una sfida dello spirito, mostrando quanto in alto si può arrivare anche quando si è costretti a tenersi in giù.
(Anonimo)

La postura dell’albero, che prevede di rimanere “immobili come un albero nella terra”, ci insegna stabilità, quiete, equilibrio ed equanimità.
(Anonimo)

Savasana (la posizione del cadavere) ripristina la vita. Le parti morte del vostro essere cadono lontano, i fantasmi vengono abbandonati.
(Anonimo)

Seduto in un posto, lo yogin dovrebbe assumere la posizione del loto. Quindi dovrebbe porre nel proprio cuore il guru, e come da lui appreso, cominciare con la purificazione dei canali servendosi del controllo della respirazione.
(Gheranda Samhitā)

Lasciarsi andare è l’asana più difficile.
(Anonimo)

Le posizioni rovesciate sono un ritorno su se medesimo. Esse modificano i nostri abituali punti di riferimenti, implicano un lasciarsi andare. Simboleggiano l’equilibrio tra l’uomo e l’universo.
(Anonimo)

Lasciare la presa, non è tagliare i fili, ma prendere coscienza che non si può controllare tutto.
(Anonimo)

Ricordate, non importa quanto in profondità vai in una posizione – ciò che conta è chi sei quando ci arrivi.
(Max Strom)

Quando assumiamo una posizione yoga per la prima volta, entriamo in contatto con la nostra capacità o incapacità di assumere quella nuova forma. Le aree dove si accumula la tensione riproducono il nostro processo di ideazione; cioè i pensieri, le paure, le tensioni, le ansie che si coagulano in noi in precisi schemi di contratture, formano la nostra postura individuale e personale, nonché l’atteggiamento che abbiamo nei confronti della vita. Come pensiamo, così diventiamo.
(Marina Demaria)

Perché pensate alla violenza del mondo? Perché non pensate alla violenza che è in voi? Tutti noi dobbiamo fare molto esercizio. Perché senza disciplina non possiamo divenire liberi, né può esistere libertà nel mondo senza disciplina.
(B. K. S. Iyengar)

Lo yoga è la pratica di quietare la mente.
(Patañjali)

Yoga è la sospensione delle attività della mente.
(Patañjali, Yoga Sutra)

Lo Yoga è essenzialmente una pratica per la tua anima, lavorando attraverso lo strumento del corpo.
(Tara Fraser)

Il corpo è il tempio dello spirito: Conservalo pulito e puro per l’anima che vi risiede.
(B.S.K. Iyengar)

Grazie alla scienza dello Yoga, l’anima raggiunge un’assoluta padronanza sul corpo e sulla mente, e si serve di questi strumenti per conseguire la realizzazione del Sé, ossia la consapevolezza della propria natura trascendente e immortale, una cosa sola con lo Spirito.
(Paramhansa Yogananda)

Cercate di realizzare la forza che è in voi, cercate di farla uscire; in tal modo vedrete che tutto ciò che fate non viene da voi ma da quella verità che sta dentro voi … perchè non siete voi, ma qualcosa all’interno di voi.
(Sri Aurobindo)

Qual è il vostro stato d’animo quando fate yoga? Qual è il motivo? Lo fate per migliorare il vostro aspetto allo scopo di essere più attraenti quando camminate per la strada? Oppure per educare il vostro io dal corpo all’anima? Se è vera quest’ultima ipotesi, lo yoga diventa spirituale.
(B. K. S. Iyengar)

Nello yoga non cercate di fare bene, ma di stare bene.
(Anonimo)

Sorridere (durante lo yoga) è facoltativo, ma altamente raccomandato.
(Nicki Doane)

Il tappetino per lo yoga rappresenta il luogo perfetto dove rifugiarsi quando la psicoterapia e gli antidepressivi non sono più sufficienti.
(Amy Weintraub)

Esiste lo Yoga nel mondo perché tutto è collegato.
(Desikashar)

La mente è come un miracoloso elastico che si può tendere all’infinito senza che si strappi.
(Paramhansa Yogananda)

L’essenza ultima dello yoga è il contatto e l’unione tra la coscienza individuale e la coscienza divina.
(Raphael)

È davvero uno yogi chi vede se stesso nell’intero universo e l’intero universo in se stesso.
(Vivekananda)

Lo yoga è la cessazione della frammentazione del mentale.
(Patanjali)

Il vero Yoga non riguarda la condizione del tuo corpo ma la condizione della tua vita.
Lo Yoga non è per essere eseguito,
lo Yoga è per essere vissuto.
Lo Yoga non si cura di ciò che sei stato,
lo Yoga si cura della persona che stai diventando.
Lo Yoga è contraddistinto da un vasto e profondo proposito e per esso è realmente chiamato Yoga,
è l’essenza che deve essere incarnata”
(Aadil Palkhivala)

Yoga significa recidere la connessione con ciò che causa sofferenza. Lo Yoga deve essere praticato con risolutezza e con un cuore imperturbabile.
(Bhagavad Gîtâ)

Per quelli che sono feriti dalla civiltà, lo yoga rimane la miglior pozione di guarigione.
(Anonimo)

YOGA significa unione: unione di mente e corpo, unione di sé con il divino, unione con gli altri e così via. È una disciplina che parte dal corpo e si estende alla filosofia e alla meditazione; lavora sul concreto per sondare se e cosa ci sia oltre. Più di tutto, ‘Lo yoga è 99% pratica e 1% teoria’”.
(Sri Krishna Pattabhi Jois).

Prima di fare pratica, la teoria è inutile. Dopo aver fatto pratica, la teoria è evidente.
(David Williams)

Il primo mese hai dolori, il secondo mese sei stanco, il terzo mese voli.
(Sharath Jois)

Essere luminosi nei pensieri e negli atti, essere in pace con il nostro vivere, senza desiderare questa o quella cosa, imparare a conoscersi e ad agire nel movimento della vita, queste sono le regole di vita che propone lo Yoga.
(Yoga Sutra de Patanjali)

Invero la conoscenza è meglio della pratica meccanica; meglio della conoscenza è la meditazione; ma meglio ancora è l’abbandono dell’attaccamento ai risultati (delle proprie azioni), perché a questo fa seguito la pace immediata.
(Bhagavad Gîtâ)

 

 

 

Meditazione Vipassana

Ogni lunedì dalle ore 19 alle ore 20, presso l’associazione Il Pettirosso al Corso Vittorio Emanuele 122 (lato Mergellina – Vicino scuola Carlo Poerio) è possibile partecipare ai  Sangha di Meditazione Vipassanā, la meditazione della chiara visione e il momento presente.

Oltre le sessioni di meditazione saranno, infatti, proposte letture e l’ascolto di cd audio dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza A.Me.Co, che ha realizzato negli anni numerose dispense (composte dalle raccolte di discorsi offerti durante i cicli di seminari e i ritiri di Dharma e meditazione) e un ricco catalogo di registrazioni contenenti discorsi di Dharma e  meditazioni guidate, a partire dal 2003 sino ai nostri giorni.

La  lettura delle dispense e l’ascolto dei CD sono una vera risorsa per le persone che si affacciano al Dharma, così come lo sono per i meditanti che coltivano da tempo il cammino interiore.

Info: napoli@inmindfulness.it , oppure telefonicamente: 0816582547 –  3496233527 – 3286147777

 

La Meditazione Vipassanà

http://www.associazioneameco.it/insegnamenti/perche-meditare/

In un famoso discorso, Sedaka Sutta, il Buddha spiega come sia necessario  prendersi cura di sé e prendersi cura degli altri. Non dice – dogma del moralismo occidentale contemporaneo – che l’unica cosa importante è prendersi cura degli altri. In realtà è fondamentale sia prendersi cura di sé, sia prendersi cura degli altri. Il prendersi cura  di sé è frutto di una certa maturità e non ha niente a che vedere con la costante auto-preoccupazione. Senza dimenticare che, se ci siamo rafforzati grazie al prenderci cura di noi stessi, saremo certo più in grado di rivolgere fruttuosamente la nostra attenzione agli altri.

Consideriamo anche che questa costante auto-preoccupazione è un’interessante combinazione di attaccamento al benessere e odio-avversione per il malessere. Interessante nel senso che fornisce materiale molto importante per  applicare la pratica della consapevolezza. Infatti solo limando con molta pazienza l’attaccamento, l’avversione e la paura, potrà finalmente dischiudersi la regina delle virtù: l’equanimità…

Imparare un nuovo modo di vivere

 Io credo che la liberazione sia liberarsi di tutto un modo sbagliato di essere, pensare,  sentire, agire e – al tempo stesso – imparare un nuovo modo di vivere, via via più illuminato dalla saggezza e dalla compassione.

Annota Simone Weil: “Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere Consapevolezza - Satiumano, nonostante tutta l’esperienza di crimini sofferti, osservati,  forse compiuti, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male . È questo innanzitutto che è sacro in ogni essere umano, il bene è l’unica  forma del sacro.”

Solo il bene, e ciò che è relativo al bene, è sacro.  E potremmo aggiungere che quello stesso qualcosa in fondo al cuore, oltre ad aspettarsi il bene, desidera  anche fare il bene, ma ne è impedito dagli inquinanti.

In proposito, vorrei ricordare che un famoso maestro contemporaneo, Chögyam Trungpa, ricorreva all’espressione ‘bontà fondamentale’ (presente in ogni individuo) per formulare il suo intendimento di quella luce interiore che nel Buddhismo Theravāda si chiama ‘mente-cuore luminosa’, nel Buddhismo Mahāyāna ‘natura del Buddha’ (variante Zen: ‘la cosa che non nasce e che non muore’). Dunque, a mano a mano che, in virtù del cammino interiore e della pratica della meditazione, riduciamo il potere degli inquinanti, questa bontà fondamentale – sempre meno da essi oscurata– ha la possibilità di manifestarsi nel desiderio, appunto, di fare il bene. E ciò vuol dire anche disposizione ad affrontare tutti gli ostacoli che si frapporranno al compimento di questo desiderio profondo. Aggiungiamo, infine, che il desiderio di bene ha la sua espressione più alta nel desiderio di liberazione per noi e per gli altri.

Brano tratto dalla rivista dell’A.Me.Co. SATI n°2, 2013.

 

COLTIVARE LA SPAZIOSITÀ di Neva Papachristou

Con la pratica della meditazione ci accorgiamo che l’abitudine ad identificarci con gli stati d’animo, le emozioni e i pensieri è talmente forte in noi che ci perdiamo  completamente in essi. Ma, sempre grazie alla pratica, sentiamo crescere  la fiducia di poter accogliere i nostri stati d’animo, le emozioni e i pensieri in un modo nuovo, più libero, meno incline a reagire e più interessato a conoscere.  Il fatto stesso di non reagire meccanicamente crea inoltre la possibilità di generare uno spazio intorno agli stati d’animo, alle emozioni e ai pensieri. Ad esempio, se nel nostro cuore avvertiamo il sorgere della malinconia, piuttosto che afferrarla ciecamente e sentirla come la ”nostra” malinconia, possiamo aprirci ad essa ed esserne consapevoli. Grazie alla pratica potremo essere capaci di sentire la presenza della malinconia senza esserne sopraffatti, provando, ad esempio,  a sentirla, anche a livello fisico, e ad aprirci all’esperienza della malinconia in una dimensione diversa da quella mentale-concettuale. Questa semplice possibilità rappresenta già un’occasione per uscire dall’angustia dell’identificazione, dalla limitatezza che fa di un’esperienza cangiante un qualcosa di solido e ineluttabile. Infatti, quando siamo completamente assorbiti dalla malinconia, pensiamo solo alla malinconia, siamo limitati dalla malinconia e questa prende sempre più il timone del nostro cuore. Magari, nel frattempo, passano davanti ai nostri occhi cose meravigliose, ma noi siamo  troppo occupati a tenerci stretta la malinconia, e quindi non ce ne accorgiamo.  In virtù del lavoro interiore cominciamo a comprendere che la presenza di uno stato d’animo è solo la presenza di uno stato d’animo, ma che la vita non cessa per questo di manifestarsi con la sua ricchezza. Questa comprensione ci rende sempre più pronti ad aprirci anche al resto, ci illumina sulla verità che possiamo essere molto di più della malinconia che ci visita.

La comprensione che libera meditazione della Consapevolezza - Sati

Con la pratica coltiviamo una fiducia crescente nei confronti della consapevolezza. Prima di cominciare a praticare può venir naturale pensare che solo le cose belle e piacevoli siano degne della nostra attenzione. Eppure, se guardiamo indietro nelle nostre vite, possiamo onestamente dire che siamo cresciuti solo in virtù di esperienze belle e piacevoli?

… Corrado nel suo libro Attenzione saggia, attenzione non saggia, spiega molto bene il tema della spaziosità della mente coltivata come opposto della mente non lavorata continuamente limitata dall’identificazione con l’io-mio-me. La pratica della meditazione ci insegna a coltivare la consapevolezza-comprensione, e infatti Corrado sottolinea la parola comprensione.  Non è un caso che, nella tradizione del Dharma, l’attenzione saggia venga definita yoniso manasikāra, un’attenzione che accoglie, dove il termineyoniso ricorda il grembo femminile che accoglie la vita. Quindi, grazie alla pratica della consapevolezza impariamo ad accogliere e, in virtù di questa stessa accoglienza,nasce naturalmente una maggiore comprensione.

Brano tratto  dalla rivista dell’A.Me.Co. SATI n°2, 2012

Mindfulness e Disturbi Alimentari

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Eating Disorders e condotto presso l’università di Adelaide in Australia,  la mindfulness potrebbe costituire il giusto approccio per prevenire la comparsa dei Disturbi Alimentari fra le adolescenti.

 

mindfulness e disturbi alimentariGli autori del lavoro di ricerca hanno incluso nel loro studio 347 adolescenti, alcune sono state inserite in un programma di mindfulness altre no.

Dopo 6 mesi le studentesse che sono state incluse nei programmi di mindfulness hanno evidenziato una maggiore considerazione di se stesse, un minor numero di sintomi riconducibili a disturbo del comportamento alimentare, minori preoccupazione del proprio peso corporeo o dell’idea degli altri in base al peso.

 

Gli autori dello studio pensano però, che ci sia ancora molto da fare per migliorare l’accettazione di questo tipo di interventi da parte delle ragazza.

Molte, infatti, si sono mostrate restie a partecipare a corsi di mindfulness.

 

Abstract Objective: Successful prevention of eating disorders represents an important goal due to damaging long-term impacts on health and well-being, modest treatment outcomes, and low treatment seeking among individuals at risk. Mindfulness-based approaches have received early support in the treatment of eating disorders, but have not been evaluated as a prevention strategy. This study aimed to assess the feasibility, acceptability and efficacy of a novel mindfulness-based intervention for reducing the risk of eating disorders among adolescent females, under both optimal (trained facilitator) and task-shifted (non-expert facilitator) conditions. Method: A school-based cluster randomised controlled trial was conducted in which 19 classes of adolescent girls (N = 347) were allocated to a 3-session mindfulness-based intervention, dissonance-based intervention, or classes as usual control. A subset of classes (N = 156) receiving expert facilitation were analysed separately as a proxy for delivery under optimal conditions. Results: Task-shifted facilitation showed no significant intervention effects across outcomes. Under optimal facilitation, students receiving mindfulness demonstrated significant reductions in weight and shape concern, dietary restraint, thin-ideal internalisation, eating disorder symptoms and psychosocial impairment relative to control by 6-month follow-up. Students receiving dissonance showed significant reductions in sociocultural pressures. There were no statistically significant differences between the two interventions. Moderate intervention acceptability was reported by both students and teaching staff. Discussion: Findings show promise for the application of mindfulness in the prevention of eating disorders; however, further work is required to increase both impact and acceptability, and to enable successful outcomes when delivered by less expert providers.

Legami di Attaccamento-Psicoterapia e teoria dell’attaccamento

Bowlby spiega come le nostre avite ruotano attorno ai legami di attaccamento. Per quanto quelli infantili sono quelli che ci influenzano maggiormente, l uomo rimane comunque malleabile ed aperto ai cambiamenti legati a nuovi legami di attaccamento, come se essi fossero una seconda opportunita. Il come i terapeuti possono far crescere i pazienti al di la dei limiti imposti dalle loro storie infantili non viene specificato dalla teoria di Bowlby, ma ricerche successive a lui ispirato hanno evidenziato tre aspetti fondamentali per la pratica terapeutica: Le relazioni di attaccamento concreate sono il contesto determinante per lo sviluppo L esperienza preverbale prepara il nucleo del se in via di sviluppo L atteggiamento del se nei riguardi dell esperienza, intendendo con questo lo sviluppo della funzione riflessiva, predice la sicurezza dell attaccamento Relazioni trasformative Se l attaccamento primario ha permesso al bambino di svilupparsi, l attaccamento della relazione terapeutica permettera all adulto di cambiare. Bowlby afferma che il terapeuta deve creare quella base sicura che permetta al paziente di prendersi il rischio di sentire e conoscere cio che si suppone egli non senta e non conosce, o che abbia dissociato. Bisogna aiutare il paziente a decostruire i modelli passati e creare quelli nuovi. i modelli di rilevazione, infatti, non implicano solo un modo di entrare in relazione, ma anche un particolare tipo di sentire e pensare, quindi la creazione di nuovi modelli permette di creare una nuova regolazione non solo alle relazioni ma anche agli affetti e ai pensieri. Il conosciuto non pensato I modelli di attaccamento originari hanno delle radici prelinguistiche con cui il terapeuta deve sintonizzarsi sul piano non verbale. Questo significa trovare il modo di connettersi con il conosciuto non pensato del soggetto. Afferrare questo substrato non verbalizzato viene chiamato da molti autori attuare una visione binoculare ossia il prestare contemporaneamente attenzione alla soggettivita propria e altrui. Il paziente, che non riesce a ricordare e recuperare esperienze del passato ormai scisse, tendera a evocare e rimettere in scena tali contenti in modo non verbale all interno della nuova relazione terapeutica di attaccamento. Avere una visione binoculare significa, allora, fare attenzione al transfert e al controtransfert, a cio che accade dentro di se come espressione del paziente. Atteggiamento nei confronti dell esperienza: rappresentazione, riflessione e pienezza mentale L attaccamento sicuro viene ormai associato ad u atteggiamento riflessivo nei confronti del esperienza. La Main definisce tale atteggiamento come la capacita di riconoscere la natura rappresentazionale delle nostre credenze e dei nostri sentimenti e q1uindi la possibilita di distaccarsi dalla visione del reale e far luce sugli stati mentali sottesi alle nostre esperienze. Fonagy parlerebbe di mentalizzazione ossia di riflettere sul funzionamento della nostra mente per evitare di rimanere schiavi dei nostri riflessi emotivi costruitisi a partire dalle nostre prime relazioni. Se le persone sicure mostrano un atteggiamento riflessivo, le persone insicure mostrano di minimizzare l impatto della propria esperienza e di esserne sopraffatti. Ma allora un atteggiamento riflessivo e necessario anche nel terapeuta affinche egli possa portare il paziente ad essere sicuro, e quindi aiutarlo a disinibire il lui la capacita riflessiva: rafforzare la mentalizzazione significa aumentare la loro capacita di regolazione degli affetti, la possibilita di integrare le esperienze dissociate e creare un se piu coerente e solido. Oltre all atteggiamento riflessivo, Wallin propone l ipotesi di creare un atteggiamento vicino alla soggettivita dell individuo che possa essere inteso come pienezza della consapevolezza mentale . Questo concetto non fa parte della teoria dell attaccamento ma nasce all interno della psicologia buddista che pero sembra recuperare 1
elementi intrinseci nella conoscenza del se e nel rapporto del soggetto con se stesso. Nel buddismo esiste una figura metaforica caratterizzata da 4 cerchi concentrici che simboleggia il rapporto con la realta esterna, il rapporto con il mondo rappresentazionale e i modelli mentali delle precedenti esperienze e poi il se riflessivo che ha il compito di filtrare la nostra esperienza della realta esterna in base alle rappresentazione interne e ai nostri modelli. Al centro degli anelli troviamo il Se nella pienezza della consapevolezza mentale. Questo se e contemporaneamente la piena consapevolezza di se e allo steso tempo nessuno, nel senso di pura consapevolezza. Wallin sottolinea l importanza di tale pienezza della consapevolezza poiche se con l atteggiamento riflessivo utilizziamo la meta cognizione e riflettiamo sulla nostra esperienza, con la pienezza della consapevolezza parliamo di meta consapevolezza, ossia di consapevolezza della consapevolezza e quindi guardare al processo che porta alla costruzione e alla comprensione dell esperienza, ad un piano piu profondo di comprensione di noi stessi. Ora, la pienezza della consapevolezza e l attaccamento sicuro, collegato alla capacita riflessiva, sono una risorsa psicologica fondamentale da cui prendere origine la base sicura internalizzata. Nel terapeuta, la pienezza della consapevolezza mentale e la base per poter dare aiuto all altro e si esplicita nel seguire determinati principi: Rimanere ancorati al presente piuttosto che nel ricordo del passato, nel futuro del desiderio o nell astrazione teorica Essere pienamente presenti nel presente significa essere in grado di rispondere alle richieste del paziente che insorgono nell attualita dell interazione La pienezza si esplica anche nella consapevolezza del nostro corpo, delle nostre risposte somatiche e nella capacita di prestare attenzione al nostro e altrui linguaggio non verbale. Tutto questo facilita la creazione di un accurata empatia che crea un atteggiamento di accettazione che permette un apertura non difensiva da parte del paziente ma soprattutto da parte del terapeuta che prende le esperienze e le emozioni del paziente cosi per come sono. Inoltre, cosi come la capacita riflessiva, anche la pienezza della consapevolezza e 2contagiosa , e quindi il possederla aiuta il paziente a svilupparla. Tutto questo e possibile e sottolinea come il potere curativo della terapia sta nella natura stessa dell interazione.
Prima parte: Bowlby e oltre Le fondamenta della teoria dell attaccamento John Bowlby: prossimita, protezione e separazione Comunemente Bowlby viene riconosciuto come il padre indiscusso della teoria dell attaccamento, sebbene spesso a lui viene affiancato il lavoro della Ainsworth. Il contributo originario di Bowlby consiste nel aver riconosciuto la necessita fondata biologicamente dell attaccamento del bambino al suo caregiver, bisogno di prossimita fisica per assicurare la sopravvivenza, come presi posizione innata sviluppatasi in base allo sviluppo filogenetico della specie. Egli parlava di sistema comportamentale dell attaccamento caratterizzato da tre comportamenti: Vedere, monitorare e cercare di mantenere la prossimita di una figura protettiva di attaccamento. Si potrebbe pensare che tale attaccamento si sviluppi nel confronti della persona verso cui si ha una maggiore coinvolgimento, eppure tale relazione sembra istaurarsi verso la madre a prescindere dal coinvolgimento che il bambino ha con lei.
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Usare la figura di attaccamento come base sicura per esplorare le situazioni non familiari ma ritornando ad essa per rifornirsi di carburante. Quando la base sicura e disponibile il bambino sviluppa la voglia di esplorare, quando essa manca tale necessita cessa bruscamente Correre verso la figura di attaccamento come porto sicuro in situazioni di pericolo o momenti di allarme La visione dell attaccamento di Bowlby e stata piu volte rivisitata anche dal suo stesso autore. Bowlby, per esempio, ammise la possibilita che accanto all inevitabile necessita della sopravvivenza, ci fosse anche una necessita emotiva legata al bisogno di ricevere conforto. Ma poiche egli sottolinea come una figura di attaccamento puo essere fisicamente disponibile ed emotivamente assente, e la qualita dell apprezzamento da parte del bambino della disponibilita emotiva della madre che connota positivamente o negativamente la qualita emotiva del legame di attaccamento. Altri autori come Sroufe e Waters sottolineano come l obiettivo dell attaccamento non di tanto la regolazione della distanza dalla madre ma la sicurezza percepita in termini di esperienza interna. Inoltre, se originariamente Bowlby lavorava solo con neonati, successivamente si apri all osservazione dei bambini piu grandi, notando come i comportamenti di attaccamento, nel senso di manifestazione del comportamento di attaccarsi ed avere un contatti fisico ed emotivo con gli altri, si manifesta per tutta la nostra vita. Ma cos e che rende possibili gli attaccamenti sicuri Bowlby rifiuta ogni spiegazione psicoanalitica che si basa sul mondo fantasmatico del bambino e lotta per affermare la sua ipotesi relativa all’importanza del reale, dell esperienza reale della relazione con la madre. Egli, per esempio, studia e sottolinea le devastanti conseguenze della separazione precoce del bambino dalla madre; all interno della clinica Tavistok ha la possibilita di osservare i risultati dell istituzionalizzazione e dell ospedalizzazione. Egli osserva come ci sia una sequenza precisa nella lotta del bambino per fronteggiare la situazione dolorosa: protesta, disperazione, poi indifferenza. Egli arriva allora a concludere che affinché ci possa essere uno sviluppo sano e necessario che il bambino sia allevato in un atmosfera calda e uniti alla madre.

tratto da: http://www.skuola.net/universita/appunti/psicologia-dinamica-prof-amadei-psicoterapia-teoria-wallin

Praticare la mindfulness

Non riesco a praticare la mindfulness! Come superare le resistenze alla pratica.

Uno degli aspetti più importanti della pratica di Mindfulness consiste nel dedicarsi ad essa con un impegno costante e regolare nel tempo.Il suggerimento che viene dato in tutti i corsi di Mindfulness è quello di praticare, possibilmente, ogni giorno, anche se solo per una decina di minuti.
Un’indicazione che può suonare rigida e restrittiva, ma il cui senso è rintracciabile nella fiducia che si ripone
verso l’utilità della pratica: la consapevolezza è una qualità potenzialmente presente in ciascuno di noi che può essere rinforzata attraverso un allenamento costante; più ci si allena a essere presenti, più la consapevolezza cresce nel tempo.
E l’esperienza stessa è la più forte conferma di questo semplice meccanismo.Tuttavia, proprio la costanza della pratica si configura fin dall’inizio dell’allenamento come uno degli scogli più difficili da superare per la quasi totalità dei praticanti; uno scoglio che spesso si ripresenta più e più volte, ciclicamente, anche nel corso degli anni, persino nei meditanti più esperti.
Raccogliamo molte testimonianze di questa difficoltà nei nostri corsi, e la nostra stessa esperienza è costellata di tanto in tanto di momenti in cui l’impegno vacilla.Ma in quali forme si presenta questa resistenza alla pratica?Vediamo i modi più comuni in cui la nostra mente si racconta che non possiamo meditare:1. Non ho tempo.Nella società occidentale questo sembra essere l’ostacolo alla pratica che va per la maggiore.
Abbiamo vite troppo impegnate e frenetiche per poterci fermare anche solo pochi minuti al giorno… ma è davvero così?
Se l’indicazione ideale è quella di praticare 20 o 30 minuti al giorno, è anche vero che piuttosto che praticare saltuariamente o rinunciare del tutto, è preferibile ridurre la durata della sessione: meglio meditare anche solo 5-10 minuti al giorno tutti i giorni, piuttosto che mezz’ora una volta alla settimana.
Ci sono alcuni giorni in cui non abbiamo nemmeno 5 minuti? Bene, facciamola per tre minuti.
Può aiutarci impostare un timer che suoni dopo i minuti prestabiliti: così potremo dedicarci interamente alla meditazione senza sentirci assillati dall’idea del tempo che ci sfugge di mano.
Più avanti, quando avremo acquisito l’abitudine di inserire la mindfulness nella nostra routine, potremo aumentare la durata delle nostre sessioni giornaliere.2. Non ho uno spazio in cui potermi raccogliere.

La Mindfulness non richiede spazi o attrezzature speciali: è sufficiente poter sedere su un cuscino o su una sedia, eliminare le possibili fonti di distrazioni (spegnere o silenziare il cellulare, spegnere la televisione o il pc), chiedere gentilmente a chi abita con noi di non disturbarci per una decina di minuti. Nulla di più.
Per aiutarci, può essere utile scegliere un posto specifico della nostra casa in cui dedicarci alla pratica: può essere anche un angolo della nostra stanza o del salotto che ci fa sentire a nostro agio, qualunque posto va bene, e una volta che lo abbiamo scelto possiamo riconoscerlo come un luogo in cui poter tornare a noi stessi.
Sapere che “quello” è il posto della nostra pratica, sarà già un sostegno per il nostro allenamento alla consapevolezza.

3. Ci sono troppo distrazioni, troppi rumori.

Poter meditare in un luogo silenzioso e solitario immerso nella natura sarebbe una situazione quasi idilliaca.
Eppure, anche nel più piacevole sito naturale troveremmo fonti di “distrazioni” per la nostra pratica.
D’altra parte, viviamo in un mondo fatto di suoni e rumori, più o meno piacevoli o disturbanti.
Praticare Mindfulness significa semplicemente prestare attenzione all’esperienza così com’è, permetterci di rimanere in contatto con la vita: se ci sono dei rumori, possiamo semplicemente esserne consapevoli, li notiamo senza lasciarci portare via dalle storie che potremmo raccontarci su quei suoni.

4. Mantenere la posizione seduta troppo a lungo mi provoca dolore.

Mantenere una postura stabile è un supporto prezioso per la nostra consapevolezza, tuttavia è anche importante essere gentili con il proprio corpo.
Se avvertiamo dolore o tensioni, possiamo permetterci di sentirli pienamente anche solo per un minuto, portando loro tutta la nostra consapevolezza; dopodiché possiamo ascoltare i bisogni del nostro corpo e cambiare posizione, scegliendone una che supporti la pratica facendoci sentire comodi e presenti allo stesso tempo: ad esempio, potremmo sederci sulla sedia invece che sul cuscino.
Possiamo anche spezzare la sessione di meditazione seduta alternandola con qualche minuto di meditazione camminata da svolgere in consapevolezza.

5. Non riesco a smettere di pensare, non riesco a rilassarmi.
La maggioranza delle persone che iniziano un training di Mindfulness sperimentano frustrazione quando le loro aspettative di “liberare la mente”, rilassarsi o raggiungere una condizione meditativa particolare vengono disattese.
Questa delusione è piuttosto comune, così come l’esperienza di ritrovarsi coinvolti in milioni di pensieri mentre si medita è assolutamente normale.
Così, quando ci fermiamo a osservare la mente, abbiamo l’impressione di essere invasi dai nostri stessi pensieri.
In realtà tutto quello che sta accadendo è semplicemente che ce ne stiamo accorgendo, forse per la prima volta. Bene, è il segnale che siamo consapevoli.
Ti invitiamo ad approfondire questo aspetto importante della pratica in questo articolo.

6. Non sono capace.

In realtà è impossibile fallire quando si medita.
Meditare significa allenarsi a essere consapevoli dell’esperienza che si svolge in quel momento, qualunque essa sia: se l’esperienza è quella di essere pieni di pensieri, va bene così.
Nel momento stesso in cui ti accorgi che sei coinvolto dai pensieri, ecco in quel momento stai già osservando l’attività della tua mente, invece di esserne completamente immerso.
La consapevolezza si colloca lungo un continuum che va dalla completa distrazione alla completa presenza mentale, ma tra questi due estremi ci sono moltissimi punti intermedi.
Se durante una sessione di mindfulness, ti “risvegli” anche solo per un istante alla tua esperienza interiore, osservando i tuoi pensieri come se fossero nuvole che passano nel cielo, e riporti l’attenzione al respiro, al tuo corpo o a ciò che è presente in quel momento, la seduta di mindfulness è già riuscita.
Basta anche solo quel singolo attimo per rendere una pratica di mezz’ora utile.
Ricordiamoci inoltre che è un allenamento: ci stiamo allenando a essere consapevoli, non abbiamo la pretesa di diventarlo immediamente e totalmente.
Peraltro, è praticamente impossibile raggiungere una consapevolezza al 100% in ogni momento della vita.
Possiamo essere clementi con noi stessi e ricordarci che siamo umani.
Godiamoci semplicemente la nostra pratica.

7. Non riesco a sperimentare i benefici.
A volte si potrebbero sperimentare i primi benefici della Mindfulness nel giro di poche sessioni, altre volte potrebbero volerci settimane, mesi, anni.
Per questo è necessario un atto di fiducia: se non demordiamo e continuiamo ad allenarci con costanza, coltivando la consapevolezza ogni giorno, prima o poi la nostra pianta darà i suoi frutti.
Non sappiamo quando, ma sappiamo che accadrà, a patto di continuare a coltivarla.
Se ci attacchiamo ai risultati però, cercando di raggiungere qualcosa di diverso da quello che stiamo sperimentando, ci allontaniamo dalla pratica: la pratica è stare con quello che c’è in quel preciso momento.
Se ci sforziamo di arrivare da qualche parte, ci allontaniamo dal momento presente e creiamo una tensione nella nostra esperienza. Fidiamoci, lasciamo andare le aspettative, e andiamo avanti con pazienza.

Come abbiamo visto, i modi per dirci che non possiamo o non riusciamo a meditare possono essere tanti, ma in fin dei conti nessuna di queste motivazioni è di per sé un reale impedimento alla pratica…
Ma allora a cosa ci serve dircelo?

Cosa stiamo cercando di evitare?

Quando ci sediamo a meditare, dando il permesso al nostro corpo e alla nostra mente di poter riposare per qualche minuto, senza dover fare nulla, senza aver l’obbligo di pensare a qualcosa, quello che accade è che ci troviamo nel giro di pochissimi minuti sommersi da una valanga di pensieri.
Nulla di più normale.
Quello che succede è che la mente umana, quando viene lasciata libera e senza l’indicazione di dover pensare, si trova completamente spaesata.
La mente fatica a essere quieta, è stata abituata per tutta la vita a tenersi impegnata, a doversi occupare di qualcosa o sistemare qualcosa. Senza alcun compito, si sente persa, e ha bisogno di tornare a riempirsi.
La nostra mente corre, o verso qualcosa o via da qualcosa, ma comunque corre.

Questo processo che riguarda la natura della mente umana si riflette anche nel modo in cui viviamo.
Siamo continuamente indaffarati, incessantemente alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa.
Quando soffriamo cerchiamo di tenerci impegnati, di consolarci, di distrarci dal dolore, di coccolarci: qualunque cosa va bene pur di non stare in contatto con il nostro dolore; sembra qualcosa di intollerabile per noi.
Quando stiamo bene, siamo comunque alla ricerca di qualcos’altro, continuamente insoddisfatti, perennemente alla ricerca di qualcosa in più, un piacere nuovo, un successo, un desiderio.
Di fatto, cerchiamo sempre qualcosa di diverso da ciò che stiamo sperimentando, o cerchiamo di essere persone diverse.
Stare semplicemente con la nostra esperienza ordinaria è qualcosa di molto noioso per noi.
Così, anche la quiete e il silenzio ci annoiano. E abbiamo bisogno di riempirci.

Ma quello che accade è che per quanto corriamo, non riusciamo a liberarci del dolore: viene comunque con noi, anche se cerchiamo di non ascoltarlo.
Tanto vale allora dargli retta, forse ha qualcosa di importante da dirci.
Se ci fermiamo ad ascoltarlo davvero, pienamente, senza cercare di aggiustarlo o sistemarlo, potremmo scoprire persino qualcosa di interessante.
Se ci permettiamo di sentirlo totalmente, accogliendolo, potrebbe addirittura non essere più un problema: è la nostra esperienza in quel momento, nient’altro.
La nostra esperienza è semplicemente così com’è, in ogni momento. E’ il tentativo di fuggire da essa che ci fa soffrire.
Questo è quello che c’è, tanto vale permetterci di sentirlo, permetterci di vivere, invece che di correre altrove.
E proprio questa è l’essenza della mindfulness: permettersi di restare in contatto con l’esperienza in ogni momento, così com’è, qualunque essa sia; senza avere il bisogno di aggiustare l’esperienza, di attaccarci sopra pensieri che ci allontanano dal sentire immediato.
In fondo, non è l’esperienza in sé a farci soffrire, ma i pensieri che ci costruiamo sopra.
Quando ci limitiamo a osservarli, senza dar loro nuova energia, scompaiono; e rimane la vita così com’è.

Anche il nostro approccio alla mindfulness potrebbe riflettere questa continua rincorsa verso qualcosa: cercare di raggiungere degli obiettivi, di liberare la mente, di diventare persone migliori, è in realtà un controsenso dal punto di vista della pratica.
Non cerchiamo di essere diversi, cerchiamo anzi di incontrare noi stessi.

C’è una persona che ci aspetta da sempre, che attende un incontro profondo con noi.
Quella persona siamo noi stessi.

Cosa possiamo fare per aiutare la pratica?

1. Ricontatta ogni giorno la tua motivazione più profonda.

Come diciamo ad ogni corso, la motivazione è fondamentale per sostenere l’impegno.
Senza una motivazione ben radicata, la nostra pratica rimane fragile e ben presto la abbandoneremo.
Se abbiamo deciso di seguire un training di Mindfulness, probabilmente c’è qualcosa di profondo che ci porta verso questo percorso di consapevolezza. Cos’è?
Perché vogliamo impegnarci in questa pratica?
Richiamare ogni giorno la nostra motivazione personale ci offre la spinta ad andare avanti.
Quando abbiamo deciso che per noi è una cosa importante, facciamola e basta.

2. Osserva cosa c’è nella tua mente quando ti dici che oggi non puoi meditare.
Nel momento in cui scegli di rinunciare alla seduta giornaliera, c’è un piccolo pensiero che si affaccia silenziosamente alla tua mente.
A volte si insinua così velatamente da indurti a rinunciare senza saperne il motivo.
Proprio quel preciso momento in cui si affaccia quel pensiero, è l’occasione di meditare: se osservi cosa scatta nella mente quando ti dici che non vuoi meditare, qual è il punto da cui parte quel pensiero, quali sensazioni fisiche ed emozioni ci sono in quel momento, stai già meditando.
Se osservi questo pensiero ogni giorno, avrai già modo di capire qualcosa di importante su te stesso, e il pensiero perderà energia; forse, potrebbe riflettere un meccanismo presente in altre situazioni, quando ci rifiutiamo di fare qualcosa che sappiamo ci farebbe bene.
Puoi osservarlo, e ricordarti che anche questo è un pensiero: non sei costretto a seguirlo, rinunciando alla pratica. Osserva e lascialo andare. E poi siediti in meditazione.

3. Nota i tuoi giudizi sulla pratica, mentre stai meditando.

Quando sei seduto a meditare, osserva se ci sono pensieri o giudizi che riguardano la pratica.
Potresti scoprirti a dire “Non ci riesco!”, “Sono troppo teso”, “non sto meditando bene”, “sto solo perdendo il mio tempo”, “la meditazione non fa per me” o qualsiasi altra cosa.
Puoi notare questi pensieri e accorgerti che sono appunto “pensieri”… non verità assoluta!
Anche in questo caso, osservare i pensieri e giudizi sulla propria pratica significa già meditare, ed è molto utile per osservare anche l’atteggiamento che abbiamo verso noi stessi.
Non hai bisogno di credere alla tua mente quando ti dice che la tua pratica è buona o cattiva. E’ solo la pratica.
4. Coltiva il senso di auto-compassione, durante la meditazione.

Ricordati che sei un essere umano, e la natura della mente è quella di essere instabile e inquieta.
Se così non fosse, non avremmo nemmeno bisogno di allenare la nostra consapevolezza.

5. Considera che ogni volta che riporti l’attenzione al respiro, stai meditando.

Ogni volta che l’attenzione torna al respiro, stai tornando in contatto con il momento presente, con la realtà piuttosto che con il contenuto dei tuoi pensieri.
Ogni volta che torni al momento presente, stai allenando la consapevolezza.

6. Ridimensiona la durata delle sedute, scegliendo un programma che è realistico per te.

Puoi iniziare anche solo con 5 minuti al giorno.
E nei giorni in cui la mente è convinta di non avere nemmeno 5 minuti, fai 1 minuto, o anche solo 3 respiri in piena consapevolezza.
Non importa quanto sia lunga o corta la sessione, l’importante è praticare ogni giorno.

7. Stabilisci un impegno nel lungo termine.

Prima di decidere di rinunciare al tuo allenamento di consapevolezza, stabilisci un certo periodo di tempo durante il quale ti impegnerai a praticare ogni giorno.
Come per ogni allenamento, occorre tempo e pratica costante perché tu possa scoprirne gli effetti.
L’ideale sarebbe impegnarsi un anno in modo costante, ma potresti scegliere anche di dedicarti per un mese intero, a patto di praticare tutti i giorni.

8. Verifica se le tue aspettative sulla pratica sono realistiche.

Per questo punto ti rimandiamo all’articolo precedente.

9. Fidati e agisci!

Occorre un atto di fiducia verso la pratica, che ci sostenga per un periodo sufficientemente lungo fino a quando avremo sperimentato in prima persona i suoi benefici. Fino a quel momento, bisogna fidarsi e andare avanti.
Bisogna farla, e basta.